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	<title>Palù di Livenza &#187; Palù e Neolitico</title>
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	<description>Sito naturalistico e palafitticolo UNESCO &#124; Caneva e Polcenigo PN</description>
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		<title>6000 anni fa al Palù di Livenza: il Neolitico e l&#8217;età del Rame</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jul 2013 15:12:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[DandCo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il passaggio tra il Neolitico e l’età del Rame è un importante momento di cambiamento economico e sociale, perché registra la scoperta e diffusione della metallurgia del rame tra i gruppi preistorici europei ed italiani. La fase finale del Neolitico, a cui si può attribuire i resti del villaggio di Palù di Livenza, è indicata come Neolitico recente ed è databile tra il 4.300 e il 3.800-3.700 circa a]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>La cultura dei vasi a bocca quadrata</h2>
<h3>Il passaggio tra il Neolitico e l’età del Rame è un importante momento di cambiamento economico e sociale, perché registra la scoperta e diffusione della metallurgia del rame tra i gruppi preistorici europei ed italiani. La fase finale del Neolitico, a cui si può attribuire i resti del villaggio di Palù di Livenza, è indicata come Neolitico recente ed è databile tra il 4.300 e il 3.800-3.700 circa a.C.</h3>
<p>Questa fase è caratterizzata dagli aspetti finali della cultura dei <strong>Vasi a Bocca Quadrata</strong>, così chiamata dalla particolare foggia dei recipienti. Tale cultura si diffuse nel corso del V millennio a.C. su buona parte dei territori dell’Italia settentrionale, costituendo una delle entità culturali neolitiche più importanti e particolari della Penisola italiana; essa è stata distinta in tre fasi sulla base delle differenze registrate nelle decorazioni dei vasi.</p>
<p>Alla III fase o “Stile a incisioni e impressioni” vanno riferiti diversi elementi della ceramica e degli strumenti in pietra presenti tra i materiali raccolti al Palù. Gli elementi formativi della cultura sono riconoscibili solo in Liguria, mentre essa si diffonde nell’area padano-alpina come un’entità già ben costituita.</p>
<p>Connessioni con l’area balcanica sono evidenti durante la II fase nel tipo di motivi decorativi dei vasi, nella presenza di figurine femminili e di pintaderas, una sorta di timbri di terracotta. I contatti con il mondo transalpino sono invece documentati nella successiva III fase, quando si interrompono le relazioni con il mondo balcanico. Il Friuli occidentale rappresenta il limite più orientale raggiunto da questa cultura nella sua ultima fase, quando nei primi secoli del IV millennio a.C. si registra la sua graduale frantumazione e disfacimento a causa dell’espansione nell’Italia settentrionale dei gruppi Chassey e Lagozza, della costituzione nella regione alpina centrale di gruppi Tardoneolitici autonomi, della diffusione attraverso l’arco alpino di elementi culturali dell’Europa centrale e, infine, della penetrazione nella Pianura Padana sud-orientale di gruppi di derivazione peninsulare.</p>
<p>A partire dal 4.300 a.C. cominciano ad affermarsi in Liguria gruppi e tradizioni culturali di tipo occidentale affini a quelle del Chassey della Francia meridionale. Durante i primi secoli del IV millennio a.C., si forma nella Lombardia occidentale, grazie all’apporto di tali influenze, la cultura di Lagozza che dal suo centro formativo si estende verso oriente nei territori ove erano concentrate le ultime manifestazioni culturali dei Vasi a Bocca Quadrata. <strong>La cultura di Lagozza segna la fine del Neolitico nell’Italia settentrionale tra il 3.700 e il 3.500 a.C., quando essa viene sostituita da vari gruppi culturali ai quali si collega l’introduzione della metallurgia.</strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1226" alt="6000annifa2B" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/6000annifa2B.png" width="720" height="522" />Nell’Italia settentrionale, le conoscenze sulla fine del Neolitico e l’inizio dell’età del Rame sono purtroppo ancora lacunose. Il problema della sopravvivenza di elementi ancora neolitici si interseca, infatti, con quello della comparsa di nuove entità culturali eneolitiche, giacché attestano la conoscenza della lavorazione del rame, ma che al momento assumono una consistenza geografica molto frammentaria e dei tratti della cultura materiale poco caratterizzati e distinti a differenza di quanto accade nella fase neolitica precedente. Il Palù costituisce perciò un sito di particolare interesse per comprendere la fase finale del Neolitico e il passaggio alla successiva età del Rame.</p>
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		<title>Il contesto geomorfologico e le caratteristiche del bacino</title>
		<link>http://palu.incaneva.it/2013/06/17/il-contesto-geomorfologico/</link>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2013 16:49:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[DandCo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’area umida del Palù di Livenza si è formata in una depressione naturale prodotta dai rilievi calcarei circostanti che ne demarcano i margini. Per circoscrivere l’estensione del villaggio palafitticolo e raccogliere informazioni geologiche sono stati realizzati numerosi carotaggi condotti con metodologia simile a quella applicata nei siti umidi svizzeri]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>L&#8217;evoluzione del Palù da lago a torbiera</h2>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1188" alt="geomorfologia2B" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/geomorfologia2B.png" width="445" height="415" />L’area umida del Palù di Livenza si è formata in una depressione naturale prodotta dai rilievi calcarei circostanti che ne demarcano i margini. Per circoscrivere l’estensione del villaggio palafitticolo e raccogliere informazioni geologiche sono stati realizzati numerosi carotaggi condotti con metodologia simile a quella applicata nei siti umidi svizzeri.</p>
<p>Si tratta di perforazioni che consentono di estrarre delle colonne stratigrafiche dette carote. Preservando perfettamente la successione degli strati presenti nel sottosuolo, le carote costituiscono dei campioni di grande importanza per la conoscenza dell’evoluzione sedimentologica del deposito e la ricostruzione dell’ambiente antico attraverso lo studio dei pollini. Ciascuna carota documenta una successione stratigrafica puntiforme e ben localizzata, ma grazie alla correlazione di più carote è possibile ricostruire l’andamento degli strati anche su ampie estensioni.</p>
<p>I dati geologici a disposizione sono molto numerosi, ma ancora con alcune lacune nello sviluppo cronologico. Durante il Tardiglaciale, tra i 15.000 e i 10.000 anni fa, la depressione era occupata da un lago di sbarramento prodotto dalla formazione dei conoidi fluvioglaciali dei torrenti Poster, Mena e Cellina nella pianura a nord del bacino. In questa fase, nella zona circostante c’era una foresta di abeti e ontani, mentre le sponde del lago erano coperte da piante delle famiglie delle Ciperacee e Tifacee. Con la fine dell’era glaciale e l’inizio dell’Olocene, circa 10.000 anni fa, inizia una fase climatica più temperata con la diffusione delle essenze arboree caratteristiche del querceto misto che porta al graduale prosciugamento del lago e a un progressivo intorbamento del bacino.</p>
<h3>L’evoluzione del paesaggio dallo stadio lacustre a quello di torbiera si può cogliere attraverso la lettura delle colonne stratigrafiche registrate nelle carote.</h3>
<p>Le argille azzurre costituiscono il deposito più antico posto a circa 5-6 metri di profondità. Esse rappresentano i sedimenti lacustri che si sono depositati in acque profonde con scarsità di ossigeno durante la fase glaciale, come risultato della periodica erosione dei versanti che circondano il bacino. Seguono i limi verdi, che rappresentano anch’essi una deposizione in ambiente lacustre di fango ricco di detriti. I successivi limi organici costituiscono un evento stratigrafico più articolato, ricco di macroresti vegetali e di sottili livelli di torbe; questi limi denotano un ambiente con maggiore presenza di ossigeno che documenta una fase di passaggio al successivo stadio palustre. Su questi ultimi, si depositano i livelli archeologici pertinenti al villaggio palafitticolo ricchi di resti vegetali di vario tipo, di frammenti ceramici preistorici e frustoli carboniosi. È probabile che questa fase documenti una situazione di sponda lacustre, soggetta a periodiche sommersioni e successive esposizioni con sviluppo di torbe. Inoltre, non è escluso che durante questa fase si instauri un ambiente complesso e dinamico, articolato tra zone paludoso-lacustri e altre più marcatamente fluviali. Chiude la sequenza stratigrafica una serie di torbe e limi sommitali che corrispondono all’ultima fase, più recente, di totale intorbamento del bacino.</p>
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		<title>Gli ultimi cacciatori-raccoglitori</title>
		<link>http://palu.incaneva.it/2013/06/16/gli-ultimi-cacciatori-raccoglitori/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 16:37:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[DandCo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esplorazioni subacquee nel ramo Molinetto/Livenzetta consentirono di trovare strumenti in selce privi di un contesto stratigrafico certo, ma databili all’ultima fase del Paleolitico superiore italiano, tra i 14.000 e i 10.000 anni fa circa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Insediamenti paleolitici nel Palù di Livenza</h2>
<h3>Esplorazioni subacquee nel ramo Molinetto/Livenzetta consentirono di trovare strumenti in selce privi di un contesto stratigrafico certo, ma <strong>databili all’ultima fase del Paleolitico superiore italiano, tra i 14.000 e i 10.000 anni fa circa.</strong></h3>
<p>Questi resti, riferibili all’Epigravettiano recente, sono in relazione alla presenza nel corso del Tardiglaciale di un lago al centro del bacino.</p>
<h3>Le aree umide offrono una elevata produttività di biomassa vegetale che attrae un gran numero di animali, costituendo così un luogo di grande importanza per la sopravvivenza dell’uomo preistorico dedito alla caccia e raccolta. La presenza del lago e di abbondanti risorse naturali favorì pertanto la presenza di bande di cacciatori-raccoglitori dedite alle attività venatorie.</h3>
<p>Gli strumenti epigravettiani sono circa una cinquantina: si tratta di microgravettes, punte a dorso con base naturale, punte a dorso e troncatura e alcune lamelle a dorso e troncatura che in larga misura servivano ad armare la punta di frecce, arponi e giavellotti.<br />
<strong>È probabile che gli stessi gruppi epigravettiani del Palù frequentassero anche l’altopiano del Cansiglio come confermano i materiali rinvenuti nella località del Bus de la Lum</strong> a 995 metri di quota nei pressi dell’omonimo inghiottitoio carsico. La presenza anche di altri insediamenti epigravettiani nell’area pedemontana e montana pordenonese rivela un modello di sfruttamento del territorio e delle sue risorse, peraltro già noto in area veneta e trentina, che comprendeva accampamenti stagionali di media montagna durante l’estate, complementari a siti di più lunga durata, posti nelle valli o, come nel caso di Palù, nella fascia pedemontana durante i mesi invernali.</p>
<p>Con la fine dell’era glaciale, circa 10.000 anni fa, inizia una fase più temperata che porta al graduale prosciugamento del lago e a un progressivo intorbamento del Palù. I pochi strumenti di selce attribuibili con sicurezza al Mesolitico provengono dalla stessa area centro-meridionale del bacino; anche in questo caso, si tratta di ritrovamenti in giacitura secondaria, privi quindi di un contesto stratigrafico sicuro. Gli strumenti annoverano geometrici di forma trapezoidale e delle lame a incavi che provano una nuova frequentazione di gruppi di cacciatori-raccoglitori durante la fase recente del Mesolitico, nota come Castelnoviano, e databile tra i 9.000 e i 7.500 anni fa.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1192 wide" alt="ultimiCacciatori2" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/ultimiCacciatori2.jpg" width="960" height="1008" /></p>
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		<title>Il villaggio Neolitico e le strutture</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jun 2013 10:30:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La maggiore concentrazione di resti del villaggio neolitico è localizzata nella parte più settentrionale del bacino in un’area che si estende su una superficie di circa 60.000 mq. Lo scavo del canale di bonifica negli anni ‘60 dello scorso secolo consentì di individuare il villaggio palafitticolo, ma allo stesso tempo ne danneggiò irreparabilmente la stratigrafia e le strutture lignee. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La maggiore concentrazione di resti del villaggio neolitico è localizzata nella parte più settentrionale del bacino in un’area che si estende su una superficie di circa 60.000 mq. Lo scavo del canale di bonifica negli anni ‘60 dello scorso secolo consentì di individuare il villaggio palafitticolo, ma allo stesso tempo ne danneggiò irreparabilmente la stratigrafia e le strutture lignee. In quest’area sono stati infatti individuati quasi un migliaio di elementi lignei fra pali verticali e travi orizzontali pertinenti a diversi momenti di vita del villaggio neolitico.</p>
<p><span id="more-71"></span><br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-1207 wide" alt="villaggio2B" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/villaggio2B.png" width="960" height="526" /></p>
<p>Gli elementi da costruzione in legno sono di vario tipo. I pali sono ricavati da tronchi interi o da porzioni di tronco (mezzo, quarto, scheggia e tavole). Il loro impiego può essere dedotto sulla base delle dimensioni in ordine dagli elementi più grandi a quelli più piccoli:<br />
1) Pilastri di strutture portanti di impalcati aerei;<br />
2) Supporti o rinforzi alle strutture portanti;<br />
3) Sostegni per pareti o per tramezzi;<br />
4) Elementi di bonifica del terreno.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1224" alt="villaggio3" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/villaggio3.jpg" width="431" height="468" />Gli elementi strutturali orizzontali annoverano travi anche di grandi dimensioni, assi e travetti più piccoli che associati ai pali vanno a formare delle strutture, parzialmente intersecatesi ed edificate con tecniche edilizie diverse. Le analisi hanno consentito di individuare due tipi principali di strutture in legno: su pali portanti con funzione di pilastro con probabile impalcato aereo e su piattaforma di assi. Benché non sia al momento possibile definire la pianta completa delle capanne del villaggio né il loro sviluppo in elevato, è accertato che le numerose strutture in legno individuate sono i resti di abitazioni o di sistemazioni esterne a esse edificate in una zona dove c’era un modesto livello d’acqua. Le ricerche hanno consentito di riconoscere almeno tre diverse tipologie costruttive, pertinenti a momenti diversi di vita dell’abitato:<br />
1) Un sistema di ancoraggio costituito da assi lignee orizzontali;<br />
2) Una struttura pavimentale formata da più livelli sovrapposti di travetti e rami coperti da un tavolato ligneo;<br />
3) Un recinto di cui si è riconosciuto il perimetro grazie alla dendrocronologia.</p>
<p>Fra i materiali raccolti vi sono anche piccoli accumuli di terra mal cotta che conservano impronte vegetali: si tratta di frammenti d’intonaco di parete, originariamente di fango essiccato, oppure di strati d’argilla stesi sul pavimento per isolarlo dal calore dei focolari. La presenza di un fuoco governato o di incendi accidentali ha cotto questo materiale e ne ha permesso la conservazione nel tempo. È così possibile riconoscere dalle impronte preservate su questi materiali la struttura che costituivano lo scheletro delle pareti di solito formata da rami intrecciati; la presenza di molti inclusi vegetali faceva sì che il fango, una volta essiccato, non si rompesse o fratturasse troppo. L’impiego della terra cruda per l’intonaco è un espediente formidabile per isolare le capanne, mantenendole calde d’inverno e fresche d’estate.</p>
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		<title>L&#8217;ambiente vegetale durante il Neolitico</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jun 2013 15:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[DandCo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[I resti vegetali recuperati al Palù di Livenza durante le indagini archeologiche ci forniscono un quadro abbastanza dettagliato dell’ambiente nella preistoria e delle attività umane connesse con il suo sfruttamento]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>I resti vegetali del Palù di Livenza</h2>
<p>I resti vegetali recuperati al Palù di Livenza durante le indagini archeologiche ci forniscono un quadro abbastanza dettagliato dell’ambiente nella preistoria e delle attività umane connesse con il suo sfruttamento.</p>
<p>Questi dati derivano principalmente dallo studio delle essenze arboree utilizzate come elementi costruttivi delle capanne del villaggio, dai resti di legna carbonizzata risultato della raccolta come combustibile e dallo studio dei pollini fossili.</p>
<h3>I dati a disposizione indicano che l’acqua è sempre stata un elemento fondamentale nell’influenzare il paesaggio vegetale del bacino. A seconda delle stagioni, il livello poteva crescere o abbassarsi e l’abitato trovarsi più o meno fuori dall’acqua. </h3>
<p>La sponda circostante al villaggio poteva essere pressoché priva di alberi, ma ricoperta di piante erbacee, mentre il terreno di sponda, per gran parte dell’anno era fangoso o acquitrinoso. L’ambiente forestale era un “querceto misto” che però si discosta sia da quello attuale sia da quello presunto originale della pianura o delle prime fasce collinari: mancano infatti il carpino e la carpinella, mentre è consistente la presenza del faggio, elemento ora più montano. <br />
Le essenze arboree più frequenti sono il nocciolo e le querce caducifoglie, sebbene siano presenti anche il faggio, l’acero e l’ontano. Le specie che rappresentano i raggruppamenti boschivi ai margini delle aree inondate o paludose (olmo, salice, pioppo e ontano) sono poco attestate tra i resti rinvenuti, nonostante le interessanti qualità tecnologiche che offrono per la realizzazione di oggetti. Tra i molti alberi di cui si conservano i resti, il nocciòlo è sicuramente quello meglio documentato. La grande predominanza di questa essenza risulta un dato insolito per coloro che si occupano dell’ambiente durante il Neolitico nell’Italia settentrionale. Il nocciòlo può indicare infatti aree disboscate per l’espandersi delle pratiche agricole o per dare nuovo spazio ai pascoli e alle attività connesse all’allevamento; tuttavia, l’incidenza ridotta di altre essenze arboree caratteristiche degli ambienti aperti come peri, meli, biancospini o corniolo, porta a pensare ad altre cause all’origine di questa presenza.</p>
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