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	<title>Palù di Livenza &#187; Scavi e ricerche</title>
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	<description>Sito naturalistico e palafitticolo UNESCO &#124; Caneva e Polcenigo PN</description>
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		<title>30 anni di ricerche archeologiche al Palù di Livenza</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jul 2013 12:03:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La presenza di resti archeologici nell’area del Palù di Livenza era già segnalata nella prima metà dell’Ottocento, ma l’importanza archeologica della località fu confermata solo negli anni ‘60 dello scorso secolo, quando fu scavato il canale di bonifica nella parte centro-settentrionale del bacino che mise in luce i resti del villaggio palafitticolo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Gli scavi e le indagini subacquee</h2>
<h3>La presenza di resti archeologici nell’area del Palù di Livenza era già segnalata nella prima metà dell’Ottocento, ma l’importanza archeologica della località fu confermata solo negli anni ‘60 dello scorso secolo, quando fu scavato il canale di bonifica nella parte centro-settentrionale del bacino che mise in luce i resti del villaggio palafitticolo.</h3>
<p>Gli abbondanti frammenti ceramici e gli strumenti in selce recuperati nel terreno di risulta del canale furono studiati e pubblicati <strong>nel 1973 da Canzio Taffarelli e Carlo Peretto</strong> dell’Università degli Studi di Ferrara, fornendo un primo inquadramento cronologico e culturale dei materiali e introducendo così per la prima volta la località tra i siti preistorici italiani noti. Le indagini archeologiche al Palù furono condotte dal 1981 principalmente a fini di tutela, a cura prima della Soprintendenza Archeologica di Padova e successivamente della Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Archeologici, Artistici e Storici del Friuli Venezia Giulia. A partire dal 2002, le iniziative di ricerca scientifica e le attività di tutela competono alla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1170 wide" alt="30anniRicerche2" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/30anniRicerche2.jpg" width="960" height="388" /></p>
<p>Le ricerche furono inizialmente avviate sotto forma di carotaggi al fine di definire la profondità e lo spessore della stratigrafia archeologica e di raccogliere dati d’interesse geologico, vista la difficoltà di praticare degli scavi stratigrafici nel bacino a causa della falda acquifera: 30 anni fa, la parte centrale del bacino era infatti quasi impraticabile a piedi o con mezzi meccanici a causa dell’alto livello della falda rispetto al piano di campagna. <strong>Due saggi di controllo effettuati nel 1981 e 1983</strong>, pur in assenza di strutture adeguate di prosciugamento e di contenimento delle pareti, consentirono di mettere in luce, nonostante le difficoltà logistiche incontrate per la veloce risalita dell’acqua e il collassamento delle pareti delle trincee, il deposito archeologico preistorico con pali verticali infitti nel limo lacustre e nelle argille basali e di recuperare il remo/pagaia di piroga in legno di frassino. Nel corso degli anni ’80 dello scorso secolo, nuove campagne di carotaggi manuali e meccanici incrementarono le informazioni geologiche sulla storia del bacino. <strong>Esplorazioni subacquee svolte da XXX Moro nel 1983 nell’alveo del ramo Molinetto/Livenzetta</strong> portarono a identificare strutture lignee preistoriche in più punti e consentirono il rinvenimento di strumenti in selce del Paleolitico superiore.</p>
<p>A partire dal 1987 iniziò l’attività subacquea condotta con il supporto del Servizio Tecnico per l’Archeologia Subacquea (S.T.A.S.) dell’allora Ministero per i Beni Culturali che confermò l’ampia distribuzione nella parte sommersa del bacino di resti e strutture lignee preistoriche.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1173 wide" alt="30anniRicerche3" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/30anniRicerche3.jpg" width="960" height="347" /></p>
<h3>Tra il 1989 e il 1994, le indagini si concentrarono nella zona del canale del bonifica al centro del bacino dove furono rilevati numerosissimi pali e travi lignee del villaggio palafitticolo neolitico.</h3>
<p>Le ricerche effettuate nel canale, inizialmente come intervento di archeologia subacquea dalla Cooperativa Archeosub Metamauco s.r.l. di Padova con la massima altezza del livello dell’acqua e successivamente a canale prosciugato dalla CORA Ricerche Archeologiche s.n.c. di Trento, furono realizzate per mettere in luce, rilevare e campionare le strutture lignee preistoriche.</p>
<p><strong>L’ultima campagna nel 1994</strong> fu condotta secondo le tecniche tradizionali di scavo archeologico in presenza di un livello d’acqua corrente di 20-50 cm; fu comunque possibile mettere in luce e documentare in modo accurato un complesso intrico di elementi lignei, campionati per l’analisi dendrocronologica e la determinazione delle essenze arboree. Nuove prospezioni subacquee, effettuate nel 1999 nell’ambito del progetto DAFNE sotto la direzione di Luigi Fozzati e a cura di Rossella Cester in collaborazione con la sezione di Archeologia del “Conegliano Sub”, permisero di verificare lo stato di conservazione del deposito archeologico sommerso nell’alveo in più punti soggetto a erosione e di realizzare il rilievo stratigrafico di una sezione sommersa in cui sono presenti almeno due livelli archeologici distinti.</p>
<p>Recenti indagini subacquee a cura del gruppo <strong>Reitia &#8211; Documentazione per l’Archeologia di Conegliano (TV)</strong> nell’alveo del ramo Santissima a partire dalla omonima sorgente e in parte del ramo Molinetto/Livenzetta sono state realizzate al fine di verificare lo stato di preservazione delle strutture lignee sommerse già individuate in passato e di documentarne di nuove, confermando la ricchezza di resti presenti nel bacino.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1177 wide" alt="30anniRicerche4B" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/30anniRicerche4B.png" width="960" height="596" /></p>
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		<title>Il tempo e la sua misura: le datazioni al Carbonio 14</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 15:36:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[DandCo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
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		<description><![CDATA[Le tecniche di scavo stratigrafico ricostruiscono la successione degli eventi che hanno portato alla formazione di un deposito archeologico in un sito. I dati raccolti forniscono, tuttavia, una relativa che indica soltanto l’ordine (prima o dopo) in cui si sono verificati gli eventi nel passato]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Come datare i resti organici</h2>
<p>Le tecniche di scavo stratigrafico ricostruiscono la successione degli eventi che hanno portato alla formazione di un deposito archeologico in un sito. I dati raccolti forniscono, tuttavia, una datazione relativa che indica soltanto l’ordine (prima o dopo) in cui si sono verificati gli eventi nel passato.</p>
<p>Uno dei propositi della ricerca archeologica è infatti quello di porre in una sequenza cronologica certa i resti che emergono dal terreno per mezzo di datazioni assolute. Il problema della datazione è pertanto cruciale: senza una cronologia affidabile, il passato appare come un disordine in cui risulta impossibile sistemare popoli, fatti e culture che l’archeologo tenta di interpretare e spiegare, a volte con grande difficoltà.</p>
<p>Un apporto alla risoluzione dei problemi cronologici lo fornì la scoperta, circa 60 anni fa, della possibilità di datare i materiali organici contenenti Carbonio 14. Questo è un isotopo radioattivo raro del Carbonio (C14) che è uno degli elementi più comuni presenti nell’atmosfera sotto forma di anidride carbonica ed è una componente fondamentale di tutti gli esseri viventi, piante e animali. Il C14 viene infatti assunto dalle piante attraverso il processo di fotosintesi e passa agli animali e all’uomo per mezzo della catena alimentare.</p>
<h3>La quantità di C14 presente in un organismo è costante, ma quando questo muore, essa non viene più accresciuta, iniziando invece a diminuire lentamente per effetto del decadimento radioattivo con un ritmo fisso noto: la quantità si riduce infatti a metà dopo 5.730 anni.</h3>
<p>In questo modo, è possibile determinare l’età di un frammento di carbone o di osso, misurando la quantità residua di C14 ancora presente nel campione in relazione alla proporzione dello stesso esistente al momento in cui l’organismo era ancora in vita.</p>
<p>Le datazioni C14 sono caratterizzate da varie imprecisioni che richiedono una stima dell’errore probabile. Le date necessitano inoltre di una calibrazione dal momento che la concentrazione di C14 nell’atmosfera non è rimasta costante nel tempo, ma è mutata a causa delle variazioni del campo magnetico terrestre. Il sistema che ha svelato tali imprecisioni e che, allo stesso tempo ha fornito anche il mezzo per correggere o calibrare le date, è la dendrocronologia. La verifica è stata possibile grazie alla datazione C14 degli anelli di accrescimento di alberi di cui si conosce l’età esatta; in questo modo, per mezzo della calibrazione, è stato possibile ottenere una cronologia accurata dei campionianalizzati e delle date con errori limitati. La buona conservazione dei resti lignei nei villaggi palafitticoli fornisce così una caso straordinario per definire la cronologia assoluta degli abitati preistorici grazie alla possibilità di disporre sia di date C14 sia di datazioni dendrocronologiche.</p>
<p>Le datazioni C14 realizzate al Palù sono ricavate da campioni prelevati in 10 punti diversi interessati dalle indagini archeologiche; tuttavia, non tutte le date assolute ottenute sono utilizzabili a causa del grande errore rilevato o di una cronologia troppo recente. Le datazioni utili e pertinenti al villaggio palafitticolo preistorico variano in un arco di tempo che si estende dal Neolitico medio fino all’Eneolitico.<br />
<b>La datazione calibrata più antica è quella di un sistema di ancoraggio a reticolo in assi di quercia rinvenuto durante le indagini 1989 e 1992 e databile alla metà del V millennio a.C. (4.750-4.402 a.C.).</b> Una struttura pavimentale messa in luce nel corso del 1994 è riferibile invece agli ultimi secoli del V millennio a.C. (4.221-3.959 a.C.). Una terza costruzione costituita da una serie di pali portanti in quercia al centro dell’area degli scavi 1994 si pone nella prima metà del IV millennio a.C. (3.775-3.537 a.C.), come una datazione (3.755-3.513 a.C.) ricavata da un campione raccolto nel livello antropico del saggio I del 1983 posto a poche decine di metri dalla precedente struttura. Una data dal sondaggio II del 1987 al limite settentrionale dell’area interessata dai resti del villaggio palafitticolo sembra chiudere la vita dell’abitato tra la fine del IV e i primi secoli del III millennio a.C. (3.333-2.884 a.C.).</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1166 wide" alt="carbonio14_2" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/carbonio14_2.jpg" width="960" height="324" /></p>
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		<title>Il tempo e la sua misura: la dendrocronologia</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 16:05:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La dendrocronologia è il metodo di datazione più affidabile per datare gli abitati preistorici in area umida, perché si basa sulla misura degli anelli di accrescimento degli alberi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Gli alberi per datare gli abitati preistorici</h2>
<h3>La dendrocronologia è il metodo di datazione più affidabile per datare gli abitati preistorici in area umida, perché si basa sulla misura degli anelli di accrescimento degli alberi.</h3>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-169" alt="Dendrocronologia Palù e Lubiana" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/dendrocronologia4.jpg" width="360" height="369" /></p>
<p>Visto il buon livello di conservazione del legname da costruzione in questi siti, è possibile determinare infatti l’anno esatto di abbattimento di un albero utilizzato per la costruzione di una capanna o di una palizzata, qualora si sia conservato l’ultimo anello di crescita sotto la corteccia. Nei climi temperati gli alberi maturano formando anelli di crescita concentrici ben distinguibili nella sezione del tronco, ciascuno dei quali corrisponde a un anno di vita dell’albero. Il metodo di datazione si basa sul principio secondo cui ogni anno gli alberi aggiungono un anello in più che registra le variazioni del clima e dell’umidità. Alberi della stessa specie e della stessa età cresciuti in aree con condizioni climatiche simili presentano infatti successioni degli anelli simili. La sequenza degli anelli è come un codice a barre che registra la successione di anni favorevoli o sfavorevoli all’accrescimento degli alberi. Il confronto del campione analizzato con la curva cronologica di riferimento, elaborata dalla sovrapposizione di migliaia di curve di alberi studiati, consente di determinare la sua esatta cronologia.</p>
<p>Nella regione alpina, la curva cronologica di riferimento è quella della quercia che consente di risalire fino all’8480 a.C; la quercia è infatti uno degli alberi più comuni nei territori europei e quello che conserva ben visibili gli anelli di accrescimento. La dendrocronologia ha consentito di datate fino a oggi più di 50.000 elementi lignei delle palafitte preistoriche europee, costituendo così un metodo insostituibile per una precisa datazione delle singole capanne dei villaggi, delle diverse fasi di sviluppo degli abitati e della storia degli insediamenti in area umida.</p>
<p>Al Palù le indagini dendrocronologiche sono state realizzate su 80 campioni lignei prelevati dall’area delle indagini 1992-1994 tra i quali vi sono resti di quercia caducifoglia, nòcciolo, acero e faggio, ma solo della prima essenza è stato possibile ottenere elementi cronologici utili. Sfortunatamente, i dati non hanno consentito di costruire una cronologia generale del sito, ma hanno portato alla creazione di diverse curve locali che indicano l’esistenza di momenti diversi di abbattimento degli alberi per la costruzione delle strutture dell’abitato e di conseguenza la presenza di più fasi costruttive nel villaggio neolitico. Ciascuna di queste serie individua la contemporaneità di gruppi di elementi lignei che corrispondono a una diversa struttura, quale ad esempio un impalcato, un recinto oppure una fila di pali portanti.</p>
<p style="text-align: center"><img class="size-full wp-image-132 wide aligncenter" alt="Dati dendrocronologia" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/dendrocronologia3.png" width="720" height="241" /></p>
<p><b>Particolarmente interessante risulta la relativa vicinanza di Palù alla palude di Lubiana in Slovenia, area nota per i numerosi villaggi palafitticoli databili tra il IV e il III millennio a.C. di cui alcuni offrono una buona serie di datazioni dendrocronologiche.</b> Si sono pertanto sincronizzate alcune curve medie locali ottenute per il Palù e le cronologie elaborate per i siti di Hočevarica e Spodnje Mostišce, attribuibili al IV millennio a.C. Lo studio ha rivelato la parziale contemporaneità del cronologia di Hočevarica con la curva del Palù ricavata dalla serie di pali portanti in quercia al centro dell’area degli scavi 1994 che documenta il limite cronologico recente della vita dell’abitato.</p>
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		<title>La cultura materiale: la produzione ceramica e gli strumenti di pietra</title>
		<link>http://palu.incaneva.it/2013/06/10/la-produzione-ceramica-e-gli-strumenti-in-pietra/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 08:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[DandCo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La fabbricazione di vasi è una pratica legata al mondo degli agricoltori preistorici, ma non si deve dimenticare che la ceramica fu solo uno dei molti materiali impiegati per realizzare recipienti nel passato. Tuttavia, la varietà delle forme dei vasi e la lunga durata rendono la ceramica molto adatta ai fini della classificazione e dei confronti nello studio delle società preistoriche]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Terracotta e pietra scheggiata</h2>
<p>La fabbricazione di vasi è una pratica legata al mondo degli agricoltori preistorici, ma non si deve dimenticare che la ceramica fu solo uno dei molti materiali impiegati per realizzare recipienti nel passato.</p>
<h3>Tuttavia, la varietà delle forme dei vasi e la lunga durata rendono la ceramica molto adatta ai fini della classificazione e dei confronti nello studio delle società preistoriche.</h3>
<p>I frammenti ceramici raccolti a Palù di Livenza sono molto numerosi. Si tratta di una ceramica grossolana, realizzata con la tecnica a colombino o cercine, dalle forme abbastanza semplici (olle, piatti, scodelloni, ciotole e contenitori a bocca quadrata) e ricca di inclusi minerali. Le decorazioni più comuni, presenti generalmente sugli orli o sul collo de vasi, sono del tipo a impressione digitale o strumentale; le decorazioni incise sono invece rare, mentre non mancano esempi di decorazioni plastiche come bugne, cordoni con impressioni digitali e anse.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1238 wide" alt="pietra2" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/pietra21.jpg" width="960" height="526" /></p>
<p>Nel complesso la ceramica è semplice, non molto elaborata nelle forme e poco caratterizzata nelle decorazioni: si notano comunque elementi derivati da più tradizioni culturali. I confronti dei materiali ceramici rinviano alla sfera della <strong>cultura dei Vasi a Bocca Quadrata</strong> nei suoi aspetti più recenti, III fase, a elementi della <strong>cultura della Lagozza</strong> e ai gruppi Tardoneolitici dell’area alpina come quelli trentini di Isera 1-3; una altra componente, leggermente più tarda e riferibile all’età del Rame, rimanda invece al mondo delle palafitte della palude di Lubiana in Slovenia.</p>
<p>Tra gli oggetti di terracotta ricordiamo alcune <strong>pintaderas</strong> che presentano una o più superfici decorate con motivi geometrici in rilievo. Il termine, ripreso dal portoghese, suggerisce che si tratti di stampi utilizzati per l’applicazione di pitture sul corpo o la decorazione di tessuti. Al Palù si conoscono pintaderas a stampo e a scorrimento del tipo cilindrico. Questi oggetti sono comuni nelle culture neolitiche dei Balcani e dell’Europa centrale, mentre nell’Italia settentrionale essi compaiono nell’ambito della II fase della cultura dei Vasi a Bocca Quadrata. Ancora scarse, ma comunque attestate, sono anche le fusaiole in terracotta, oggetti utilizzati come pesi per il fuso durante la filatura della lana.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1240 wide" alt="pietra3" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/pietra3.jpg" width="960" height="252" /></p>
<p>Un’altra parte molto importante della cultura materiale di un villaggio neolitico sono gli <strong>strumenti in pietra scheggiata e levigata</strong>. Il nodulo di selce, dopo una adeguata preparazione, consentiva infatti di ottenere delle schegge o delle lame, a loro volta trasformate mediante il ritocco dei bordi in strumenti identificati con nomi suggeriti dalla loro ipotizzata funzionalità (bulini, grattatoi, raschiatoi, lame a dorso, punte di freccia, ecc.). Al Palù, la roccia utilizzata per gli strumenti in pietra scheggiata era la selce che si presta molto bene a tale tipo di lavorazione. Questi manufatti sono molto numerosi, ma buona parte di essi è costituita da lame o schegge non ritoccate, detti supporti, e ciò testimonia delle fasi di lavorazione della selce che precedono la preparazione degli strumenti veri e propri. Questo tipo di oggetti sono invece in percentuale poco numerosi.</p>
<h3>La selce utilizzata al Palù proveniva in buona parte dall’area veneta e, in particolare, dalla zona dei Monti Lessini nel Veronese, ma era impiegata anche selce locale raccolta nei depositi alluvionali della pianura circostante.</h3>
<p>Come nel caso della ceramica, anche la tipologia degli strumenti in selce fornisce informazioni sulle tradizioni culturali presenti al Palù: una componente più rilevante è pertinente alla cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, mentre l’altra, meno consistente, ma riconoscibile, rinvia alla sfera culturale della Lagozza. Altri sporadici oggetti sono riferibili ad altre tradizioni culturali della fine del Neolitico e a più tarde frequentazioni nel corso dell’Eneolitico o dell’età del Bronzo.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1243 wide" alt="pietra4" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/pietra4.jpg" width="960" height="662" /></p>
<p>Uno degli oggetti che più caratterizzano il Neolitico è l’ascia o l’<strong>accetta in pietra levigata</strong> che necessitavano di una preparazione diversa rispetto agli strumenti in pietra scheggiata, oltreché di materie prime più dure e compatte. I pochi oggetti in pietra levigata raccolti al Palù sono ottenuti da rocce designate genericamente come pietre verdi che sono la materia prima più largamente adoperata durante il Neolitico per realizzare gli utensili da taglio (asce, accette e scalpelli) e le cui uniche fonti di rifornimento in Italia settentrionale si trovano nella Liguria centrale e in varie zone del Piemonte. Le lame d’ascia in pietra venivano inserite in manici di legno di cui si conserva al Palù un frammento in legno di faggio.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1245 wide" alt="pietra5" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/pietra5.jpg" width="960" height="634" /></p>
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		<title>La cultura materiale: gli attrezzi e i contenitori in legno</title>
		<link>http://palu.incaneva.it/2013/06/09/gli-attrezzi-in-legno/</link>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 10:09:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[DandCo]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[sito palafitticolo]]></category>

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		<description><![CDATA[Le eccezionali condizioni ambientali dei depositi e il buon livello di conservazione dei resti lignei hanno consentito di trovare alcuni attrezzi e contenitori in legno che sono di solito rari negli altri siti neolitici italiani in area umida; le collezioni più ricche di oggetti di questo tipo sono, infatti, quelle di alcuni villaggi dell’età del Bronzo del Trentino e della Lombardia]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Il legno nel Neolitico</h2>
<h3>Le eccezionali condizioni ambientali dei depositi e il buon livello di conservazione dei resti lignei hanno consentito di trovare alcuni attrezzi e contenitori in legno che sono di solito rari negli altri siti neolitici italiani in area umida; le collezioni più ricche di oggetti di questo tipo sono, infatti, quelle di alcuni villaggi dell’età del Bronzo del Trentino e della Lombardia.</h3>
<p> </p>
<p>I manufatti in legno del Palù documentano comunque diversi aspetti del vivere quotidiano: l’utilizzo di imbarcazioni, il trattamento e la conservazione di derrate o liquidi in contenitori, i lavori agricoli, la carpenteria, ecc.<br />
Per la costruzione di questi oggetti gli uomini del Neolitico hanno fatto una scelta delle essenze arboree disponibili sulla base delle qualità e caratteristiche tecnologiche del legno: quali la durezza, l’elasticità, la resistenza agli urti, la facilità di lavorazione. Inoltre, a seconda della forma finale dell’oggetto si utilizzavano parti diverse dell’albero: una biforcazione di ramo, un largo ceppo oppure un ramo leggermente curvo.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1231 wide" alt="legno2" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/legno21.jpg" width="960" height="684" /></p>
<p>Il legno del <strong>corniolo/sanguinella</strong> è duro e robusto ed è spesso impiegato per fabbricare attrezzi agricoli, manici e cunei; nel nostro caso è stato scelto per uno strumento agricolo, un uncino o zappa.<br />
Le <strong>querce</strong> caducifoglie rappresentavano probabilmente le specie più diffuse: il loro legno può essere utilizzato per ogni tipo di lavorazione, sia in carpenteria sia per manufatti di più piccole dimensioni. E&#8217; un legno piuttosto pesante e questo, talvolta, può essere un limite al suo impiego. La quercia è molto comune tra il materiale da costruzione delle capanne del villaggio, ma è poco impiegata per gli attrezzi e i contenitori; conosciamo infatti un solo frammento di remo/pagaia in legno di quercia.<br />
Il legno di <strong>frassino</strong> è robusto ed elastico, costituendo un ottimo materiale per gli oggetti sottoposti a forti sollecitazioni come l’altro frammento di remo/pagaia rinvenuto nel 1983. La <strong>fusaggine</strong> è una specie che si presta molto bene, anche in tempi recenti, alla fabbricazione di fusi o manufatti appuntiti, come in parte doveva essere una spatola di raffinata fattura. Il legno di <strong>acero</strong> è facilmente lavorabile e di notevole effetto estetico; esso è stato infatti utilizzato per la fabbricazione di contenitori anche di pregio come delle piccole ciotole. Il legno di <strong>faggio</strong> è uno dei più resistenti, pesanti e robusti, ma si lavora bene e può essere ben rifinito; esso è perciò un ottimo materiale per la fabbricazione dei manici delle asce in pietra neolitiche o in metallo come confermano diversi ritrovamenti più recenti effettuati nei villaggi dell’età del Bronzo.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1233 wide" alt="legno3" src="http://www.dreossi.com/wp/wp-content/uploads/2013/06/legno3.jpg" width="960" height="564" /></p>
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